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Società ferma e capitale perso: quando l’amministratore rischia personalmente

responsabilità amministratore società con debiti

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Una società può rimanere per anni senza svolgere attività, senza compiere nuove operazioni e senza essere formalmente liquidata.

Molti imprenditori pensano che, se la società è ferma, anche i rischi siano sostanzialmente congelati.

Non è necessariamente così.

Quando le perdite hanno eroso il capitale sociale e si è verificata una causa di scioglimento, l’amministratore ha precisi obblighi. Lasciare semplicemente la società inattiva non significa aver risolto il problema.

Una recente decisione del Tribunale di Bologna, Sezione Specializzata in materia di Impresa, sentenza 24 luglio 2025, n. 1960, R.G. 15336/2022, affronta proprio questo tema e chiarisce un aspetto fondamentale: l’amministratore può essere personalmente responsabile dei danni provocati dal ritardo, ma ciò non significa automaticamente che debba rispondere dell’intero passivo della società.

Capitale sociale perso: cosa deve fare l’amministratore

Quando le perdite determinano la riduzione del capitale al di sotto del minimo legale e ricorrono i presupposti previsti dalla legge, può verificarsi una causa di scioglimento della società.

Da quel momento non è sufficiente continuare come se nulla fosse.

E non è sufficiente neppure smettere semplicemente di operare.

Gli amministratori devono verificare tempestivamente la situazione patrimoniale e adottare i provvedimenti previsti dalla legge.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto ciò che l’amministratore fa.

Può riguardare anche ciò che non fa.

Il caso deciso dal Tribunale di Bologna

La vicenda esaminata dal Tribunale è particolarmente interessante perché la società era rimasta sostanzialmente inattiva per anni.

Dai bilanci risultava che al 31 dicembre 2012 la società presentava un patrimonio netto negativo di €275.105.

Secondo il Tribunale, da quel momento gli amministratori risultavano inadempienti rispetto agli obblighi conseguenti alla perdita del capitale.

La società, tuttavia, dopo le ultime operazioni immobiliari del 2010, non aveva più svolto una vera attività.

Il Tribunale descrive espressamente la società come rimasta in una sorta di stato “quiescente”.

Ed è proprio questa circostanza ad assumere particolare importanza nella determinazione del danno.

L’amministratore risponde automaticamente di tutti i debiti?

No.

La sentenza afferma un principio molto importante.

Il Tribunale scrive:

“il danno non può tuttavia essere liquidato in misura pari alla differenza tra attivo e passivo accertati nella procedura fallimentare.”

Questo passaggio è fondamentale.

L’esistenza di una violazione degli obblighi dell’amministratore non significa automaticamente che l’intero deficit della società possa essergli attribuito come danno.

Occorre verificare il nesso causale.

In altre parole:

quanto del peggioramento patrimoniale della società è realmente conseguenza del comportamento dell’amministratore?

Il danno deve essere collegato alla condotta dell’amministratore

Nel caso esaminato, dopo le ultime operazioni immobiliari non risultava più svolta attività e la società era rimasta sostanzialmente quiescente.

Il Tribunale ha quindi ritenuto che all’inerzia degli amministratori nel promuovere la liquidazione o l’apertura delle procedure concorsuali non potesse essere automaticamente collegato l’intero deficit finale.

Il principio è molto importante:

una cosa è accertare la violazione degli obblighi dell’amministratore; altra cosa è determinare il danno provocato da quella violazione.

La responsabilità personale dell’amministratore deve essere collegata al pregiudizio concretamente riconducibile alla sua condotta.

I numeri della sentenza spiegano bene il principio

Nel caso esaminato dal Tribunale di Bologna, al 31 dicembre 2012 i debiti della società ammontavano a:

€1.458.511

Il passivo successivamente considerato ai fini della domanda era invece pari a:

€1.769.031,90

Il Tribunale non ha condannato gli amministratori a pagare €1,769 milioni.

Ha calcolato l’aggravamento verificatosi successivamente:

€1.769.031,90 − €1.458.511 = €310.520,90

Il danno imputabile agli amministratori è stato quindi determinato in:

€310.520,90

Gli amministratori interessati sono stati condannati in solido al pagamento di tale importo, oltre rivalutazione monetaria e interessi.

La massima: conta l’aggravamento del passivo

La decisione è stata massimata da Simone Iaione per Giurisprudenza delle Imprese con il titolo:

“Omessa attivazione della liquidazione: danno risarcibile e criterio dell’aggravamento del passivo”.

Il principio espresso dalla massima è particolarmente significativo: quando non sussistono i presupposti per utilizzare come parametro l’intero differenziale tra passivo accertato e attivo liquidato, il danno deve essere commisurato all’aggravamento del passivo maturato successivamente al momento in cui la causa di scioglimento avrebbe dovuto essere accertata e pubblicizzata.

Attenzione: la sentenza non dice che si può lasciare una società ferma

Questo punto deve essere chiarissimo.

La decisione non rappresenta un via libera a lasciare una società con debiti inattiva per anni.

Al contrario.

Il Tribunale ha accertato l’inadempimento degli amministratori.

Quello che ha escluso è che l’inadempimento potesse automaticamente comportare l’imputazione dell’intero passivo come danno.

Una società inattiva può continuare ad avere:

  • interessi;
  • sanzioni;
  • costi;
  • obblighi societari e contabili;
  • contenziosi;
  • debiti tributari;
  • ulteriori passività.

Ed è proprio l’eventuale aggravamento della situazione successivo alla perdita del capitale che può assumere enorme importanza nella determinazione della responsabilità dell’amministratore.

Essere amministratore di una società ferma non significa essere al sicuro

Questo è probabilmente l’aspetto più importante per l’imprenditore.

Una società può non emettere fatture.

Può non avere dipendenti.

Può non avere clienti.

Può non effettuare operazioni bancarie significative.

Eppure la posizione dell’amministratore può continuare ad avere conseguenze.

La domanda corretta non è quindi soltanto:

“La società sta ancora lavorando?”

Bisogna chiedersi:

Quando è stato perso il capitale?

Quando l’amministratore ne era o avrebbe dovuto esserne consapevole?

Quando si è verificata la causa di scioglimento?

Cosa è successo al patrimonio sociale successivamente?

Il passivo è aumentato?

Sono sorti nuovi debiti?

Sono stati rispettati gli obblighi previsti dalla legge?

Sono queste alcune delle domande che permettono di comprendere la reale esposizione dell’amministratore.

Responsabilità limitata non significa assenza di responsabilità dell’amministratore

Nelle società di capitali il patrimonio della società è distinto da quello personale dei soci.

Ma questo principio non deve essere confuso con la posizione dell’amministratore.

Il socio non diventa automaticamente responsabile dei debiti sociali per il semplice fatto di essere socio.

Analogamente, l’amministratore non diventa automaticamente debitore dell’intero passivo sociale.

Può però rispondere personalmente dei danni provocati dalla violazione dei propri obblighi.

La differenza è sostanziale.

Ed è per questo che, quando una società presenta perdite rilevanti, capitale compromesso e debiti, la posizione dell’amministratore deve essere analizzata tempestivamente.

Il vero pericolo è aspettare senza una strategia

Nella nostra esperienza incontriamo frequentemente società che sono rimaste sostanzialmente ferme per mesi o anni.

L’imprenditore pensa:

“Non sto più facendo nulla, quindi la situazione non può peggiorare.”

Ma giuridicamente il ragionamento può essere molto diverso.

Il trascorrere del tempo può rendere necessario ricostruire bilanci, perdite, movimenti patrimoniali, variazioni del passivo e soprattutto stabilire da quale momento l’amministratore avrebbe dovuto intervenire.

Aspettare non è una strategia.

Prima di liquidare, cedere o abbandonare una società bisogna analizzare la situazione

Ogni società ha una storia differente.

Non esiste una soluzione valida indistintamente per tutte le imprese con debiti.

Prima di decidere cosa fare occorre verificare almeno:

la situazione patrimoniale della società, l’origine e l’anzianità dei debiti, le perdite accumulate, la posizione degli amministratori, quella dei soci, le eventuali cause di scioglimento e ciò che è avvenuto dopo il loro verificarsi.

Solo successivamente è possibile individuare il percorso societario più appropriato e conforme alla legge.

SOSAZIENDA opera dal 1997 nell’analisi e nella gestione di situazioni societarie complesse e di imprese in crisi, coordinando gli aspetti societari, amministrativi e legali con professionisti specializzati.

Hai una società ferma, con debiti o con il capitale compromesso?

Non aspettare che siano i creditori o l’apertura di una procedura giudiziale a determinare il prossimo passo.

Richiedi un’analisi riservata della posizione societaria.

Verificare oggi la situazione della società e dell’amministratore può permettere di individuare tempestivamente le soluzioni concretamente disponibili.

Riferimento giurisprudenziale

Tribunale Ordinario di Bologna – Sezione Specializzata in materia di Impresa, sentenza 24 luglio 2025, n. 1960, R.G. 15336/2022.

Presidente: dott. Michele Guernelli
Giudice: dott. Antonio Costanzo
Giudice relatore: dott. Vittorio Serra

Norme richiamate: artt. 2482-ter, 2484, 2485 e 2486 c.c.; azione ex art. 146 l. fall.

Decisione massimata da Simone Iaione per Giurisprudenza delle Imprese, “Omessa attivazione della liquidazione: danno risarcibile e criterio dell’aggravamento del passivo”.

Il presente articolo ha finalità esclusivamente informative e divulgative e non costituisce consulenza legale riferita a uno specifico caso.

Il riferimento ufficiale della banca dati che abbiamo usato è Giurisprudenza delle Imprese – Tribunale di Bologna, 24 luglio 2025 n. 1960/2025⁠. La scheda conferma anche RG, magistrati, norme richiamate e attribuzione della massima a Simone Iaione. 

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